Hanno ucciso l’uomo ragno, chi sia stato non si sa, forse quelli della Maia forse… no aspetta, non era Maia… forse quelli della NASA… era NASA, giusto?” (Un collega, canticchiando)

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Mancamento #5

Manco per ridere

Speravo che venire a lavorare durante la chiusura aziendale avrebbe reso il ritorno in ufficio meno traumatico.

Come da titolo.

Guardare il mio riflesso ciondolare sonnacchioso nel monitor, sbadigliando stancamente mentre mi sorprendo di come possa essere annoiata dopo soli venti minuti alla scrivania, mi fa domandare come sarebbe stato il rientro se avessi in effetti goduto dei sedici giorni di ferie pseudo forzata. Sarei entrata nell’ufficio giusto? Avrei confuso la tritadocumenti con la fotocopiatrice? Avrei risposto al telefono con la frase sbagliata, tipo “Angel Investigation, we help the helpless”? Meglio non saperlo.

Nel frattempo mi chiedo, come mai tutti si lamentano di come lavorano i colleghi? Questo è uno di quei pensieri nei quali mi inlooppo facilmente: se io mi lamento perchè te lavori male, e tu ti lamenti perchè quell’altro lavora male, vuol dire che quell’altro, secondo i miei canoni, lavora bene? O vuol dire che non c’è limite al peggio? O vuol semplicemente dire che ognuno lavora a modo suo e pensa che gli altri non siano capaci di lavorare come si deve solo perchè lavorano diversamente?

Eppure ero partita bene. Meglio fermarmi del tutto prima di buttare all’aria un articolo decente.

Due giorni e gia’ mi manca

Forse avrei dovuto scrivere qualcosa il primo gennaio, sarebbe stato memorabile qualsiasi fosse stato il contenuto dell’articolo. Vi rendete conto di quanti congiuntivi ho usato in una sola frase? Beh, uno, ma di quelli difficili.

Ho cominciato quest’anno con così tanta euforia, gioia ed appagamento, che m’è partito in quarta il pessimismo storico (e partendo in quarta ovviamente s’è spento il motore). Quindi sono a terra. Forse è la batteria scarica. Basta metafore automobilistiche.

Invece che pensare al 2012 che arriva, non posso fare a meno di piangere il dipartito 2011. Non che sia stato un grande anno eh… beh sì, c’è stata la scherma, qualche concerto, tanto lavoro… però non ci posso fare niente, mi c’ero affezionata. Dopo un anno passato insieme è normale, no? Non so quanto ci vorrà perchè il 2012 prenda il suo posto nel mio cuore, per ora il ricordo è ancora troppo vivido.

Certo, il 2011 rimarrà sempre tra noi, nei calendari che non butti via, nei dettagli dei file obsoleti, nei post di wordpress, nei biglietti obliterati… però mi mancherà.

Dovrò aspettare il venti novembre per rivederlo, anche se solo per un giorno, e impietosamente spezzato in due.

Me lo farò bastare.

Manca una stoccata

E mentre ascolto Tagliariol su Radio Deejay ripenso alla gara di scherma di stamattina. No, non ho partecipato (è ancora presto, mooolto presto), ho assistito. Ed è nata una controversia sulle urla.
Ci sono atleti che gridano per scaricare la tensione. E mi sta bene. Ma hai tensione da scaricare anche sulla prima stoccata del primo assalto a gironi? Coincide più o meno con l’esultare al calcio d’inizio della prima partita di campionato.
E dove lo mettiamo il rispetto per l’avversario? Senza contare che nel frattempo ci sono altri assalti in corso, essendoci almeno otto pedane in palestra.
E quindi?

E poi io mi spavento.

Quando ti manca la terra sotto i piedi

Ho finito ora ora di scrivere… cinquanta più trentaaaaasei piuuuù… venti? Circa cento biglietti di auguri. Con la stessa frase. Con la stessa penna. Ho cambiato la cartuccia (la stilografica fa sempre chic) alcune volte per ottenere un melange di colori a tratti inqualificabile.

Non so se è stata la ripetitività del lavoro o se è colpa dei fumi dell’inchiostro, ma dopo una quarantina di cartoncini ho avvertito strane sensazioni riconducibili (evinco strettamente da racconti altrui) all’utilizzo di blandi stupefacenti: lampi di luce indistinti, difficoltà nel mettere a fuoco, iper-ilarità. Ad un certo punto ho guardato il pennino e questo si è capovolto, provocandomi un passeggero senso di vertigine. Per un momento il mondo si è cappottato. E’ stato bello, vedere tutto alla rovescia.

Io però ero sempre imbecille.

Mancanza di tatto

Ho un problema. Un grosso problema.
Non so usare i touchscreen. Mi incasino con l’iPad, riscrivo le cose dieci volte con l’iPhone, e non parliamo manco del Galaxy. In generale tutti i dispositivi che richiedono una dose di manualità poco inferiore a quella di un camaleonte maschio adulto mi mettono in difficoltà e quindi mi innervosiscono.
Ci sono tante cose che non so fare, ma questa mi preoccupa.

Diventerò obsoleta.

Manca il segnale

Interno notte 1994 o giù di lì. Squilla il cellulare. E chi è a quest’ora. E’… lui? Ma… quasi manco ci conosciamo, ci parliamo ogni tanto ma… che vuole a quest’ora? Sarà successo qualcosa (Ansia mode constantly on). Rispondo e sento un gran casino. Mi avrà telefonato dalla tasca della giacca, succede. Però a ben sentire è un casino “ordinato”. Mi sposto in camera tappandomi l’altro orecchio e ascolto meglio: direi che è una folla che sta… cantando, parrebbe? E una voce è più forte delle altre. Aspetta: cacchio. E’ Ligabue. Urlando Contro il Cielo. Mi siedo sul letto e ascolto in estasi. Non rompete gli squaqqueroni, avevo dodici anni.

Era ufficialmente la prima volta che ricevevo una telefonata da un concerto. Da un insospettabile. Non sapevo nemmeno che ci sarebbe andato quella sera, a vedere il Liga. Ed è stato come esserci. Con tutta che dal cellulare si capisce poco e niente, l’audio è superclippato, non si distinguono le parole… tutto quello che volete. Ma io quella telefonata non la scorderò mai. Vi sembra patetico? Andate a farvi squaqquerare.

E’ per questo che quando vado ad un concerto, col telefonino, invece che riprenderci le canzoni (che tanto lì sì che poi non si capisce nulla e ti perdi anche il bello della diretta), regalo un pezzo di concerto a qualcuno che non se l’aspetta, o che non aspetta altro.

In barba alla SIAE.