Manco per ridere

Speravo che venire a lavorare durante la chiusura aziendale avrebbe reso il ritorno in ufficio meno traumatico.

Come da titolo.

Guardare il mio riflesso ciondolare sonnacchioso nel monitor, sbadigliando stancamente mentre mi sorprendo di come possa essere annoiata dopo soli venti minuti alla scrivania, mi fa domandare come sarebbe stato il rientro se avessi in effetti goduto dei sedici giorni di ferie pseudo forzata. Sarei entrata nell’ufficio giusto? Avrei confuso la tritadocumenti con la fotocopiatrice? Avrei risposto al telefono con la frase sbagliata, tipo “Angel Investigation, we help the helpless”? Meglio non saperlo.

Nel frattempo mi chiedo, come mai tutti si lamentano di come lavorano i colleghi? Questo è uno di quei pensieri nei quali mi inlooppo facilmente: se io mi lamento perchè te lavori male, e tu ti lamenti perchè quell’altro lavora male, vuol dire che quell’altro, secondo i miei canoni, lavora bene? O vuol dire che non c’è limite al peggio? O vuol semplicemente dire che ognuno lavora a modo suo e pensa che gli altri non siano capaci di lavorare come si deve solo perchè lavorano diversamente?

Eppure ero partita bene. Meglio fermarmi del tutto prima di buttare all’aria un articolo decente.

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Manca una stoccata

E mentre ascolto Tagliariol su Radio Deejay ripenso alla gara di scherma di stamattina. No, non ho partecipato (è ancora presto, mooolto presto), ho assistito. Ed è nata una controversia sulle urla.
Ci sono atleti che gridano per scaricare la tensione. E mi sta bene. Ma hai tensione da scaricare anche sulla prima stoccata del primo assalto a gironi? Coincide più o meno con l’esultare al calcio d’inizio della prima partita di campionato.
E dove lo mettiamo il rispetto per l’avversario? Senza contare che nel frattempo ci sono altri assalti in corso, essendoci almeno otto pedane in palestra.
E quindi?

E poi io mi spavento.

Quando ti manca la terra sotto i piedi

Ho finito ora ora di scrivere… cinquanta più trentaaaaasei piuuuù… venti? Circa cento biglietti di auguri. Con la stessa frase. Con la stessa penna. Ho cambiato la cartuccia (la stilografica fa sempre chic) alcune volte per ottenere un melange di colori a tratti inqualificabile.

Non so se è stata la ripetitività del lavoro o se è colpa dei fumi dell’inchiostro, ma dopo una quarantina di cartoncini ho avvertito strane sensazioni riconducibili (evinco strettamente da racconti altrui) all’utilizzo di blandi stupefacenti: lampi di luce indistinti, difficoltà nel mettere a fuoco, iper-ilarità. Ad un certo punto ho guardato il pennino e questo si è capovolto, provocandomi un passeggero senso di vertigine. Per un momento il mondo si è cappottato. E’ stato bello, vedere tutto alla rovescia.

Io però ero sempre imbecille.

Mancanza di tatto

Ho un problema. Un grosso problema.
Non so usare i touchscreen. Mi incasino con l’iPad, riscrivo le cose dieci volte con l’iPhone, e non parliamo manco del Galaxy. In generale tutti i dispositivi che richiedono una dose di manualità poco inferiore a quella di un camaleonte maschio adulto mi mettono in difficoltà e quindi mi innervosiscono.
Ci sono tante cose che non so fare, ma questa mi preoccupa.

Diventerò obsoleta.